Osvaldo Fabian "Elio"

La morte di Gracco

dal libro Affinché resti memoria. Autobiografia di un proletario carnico
per gentile concessione dell'Editore Kappa Vu

 

[...] Ero rientrato di soppiatto nella mia abitazione a Pieria per riposarmi qualche ora approfittando del fatto che da qualche ora non si vedevano in giro truppe cosacche: di primo mattino venne da me il compagno Dimitri (Umberto Pezzetta) per avere informazioni sulla situazione.
Stavo raccontandogli le discussioni di quella notte quando, avvertito da mia moglie, uscii nel cortiletto e scorsi nei prati non lontani due garibaldini armati ed in divisa che stavano procedendo approssimandosi verso la mia casa.
Arrivati salutai con sorpresa il compagno Gracco (Pietro Roiatti) commissario della Brigata Garibaldi Carnia venuto a parlare con me su vari argomenti durante il suo trasferimento in altra zona.
Con Gracco rientrai in casa e presi a discutere di vari problemi mentre gli altri due garibaldini restarono nel cortile con l'incarico di stare in guardia.
Discussi a lungo abbastanza animatamente con Gracco. Le nostre opinioni divergevano sul ruolo che le formazioni armate avrebbero dovuto avere in quei mesi di occupazione affinchè fosse tutelata la salvezza delle popolazioni ed all'uopo egli dissentiva sulla delibera adottata in quella stessa notte dal C.L.N.
Nel frattempo il garibaldino addetto alla vigilanza era rientrato nel fabbricato, forse a causa del freddo e stava chiacchierando in corridoio con una conoscente che abitava nella casa accanto.
Improvvisamente irruppe un giovane del paese gridando che era in vista una forte colonna di cosacchi.
Usciti di corsa vedemmo la colonna di un centinaio di cosacchi distante ormai da noi solo 200 metri, che si era arrestata per un attimo davanti alla Casa del Popolo probabilmente per chiedere informazioni.
Poi i cosacchi di corsa si dispiegarono in un batter d'occhio in ordine di rastrellamento avanzando veloci verso la mia abitazione.
Il momento era drammatico, non vi era un secondo da perdere, la ritirata verso la camionabile soprastante non era realizzabile perché i Garibaldini erano in divisa e sarebbero stati immediatamente scorti e tempestati di colpi.
L'unica via di ritirata era perciò verso ponente ma attraversare la casa non era possibile perché tutte le finestre del piano terra verso valle erano protette da robuste inferriate. Ci portammo così nella soffitta che era in comunicazione con il fienile e la stalla. I garibaldini Clauter, Gracco e Dimitri, vista l'impossibilità di eclissarsi in altro modo dato che i cosacchi avevano ormai raggiunto l'edificio si nascosero salendo sulla catasta di fieno e coprendosi in qualche modo.
Nel frattempo mia moglie era uscita prima dell'arrivo dei cosacchi con una gerla di biancheria, l'unico bene domestico che poi ci rimase, chiudendo la porta.
Mio figlio Vero era fuori casa ed anche mia figlia Diana era altrove.
Mi accorsi di essere rimasto solo al pianterreno dell'edificio, con i cosacchi che battevano alla porta ma ero tranquillo: tolsi la sicurezza alla mia fida pistola Beretta tenendola in tasca pronto a sparare ed a vendere cara la pelle.
In un batter d'occhi la porta fu sfondata ed una marea di cosacchi in gran confusione invase i due cortili e poi la mia casa mentre fuori sulla camionabile tanti altri stavano scendendo dai cavalli e dalle carrette con la stessa intenzione. Uscii da una porta laterale nel primo cortiletto fingendo molta calma, con le mani in tasca dandomi le arie di un curioso del luogo ed essi, senza badare a me, al grido di «Qui partisan» entrarono in gran numero ed in grande confusione anche spinti dalla solita avidità di predare qualche cosa.
Risalii così con calma il fiume di cosacchi che entrava e saliva le scale di casa mia senza che incredibilmente nessuno mi fermasse, salii poi sulla camionabile sorridendo a quelli che continuavano a scendere dalle carrette facendo loro segno di correre in casa e sempre a lento passo come fossi un qualsiasi estraneo paesano mi allontanai.
Arrivai in piazza e sentendo gridare e vedendo cosacchi ovunque entrai in municipio.
Qui trovai il Sindaco che finse di non conoscermi alle prese con due ufficiali cosacchi furiosi che gridavano e pretendevano per le loro bestie un forte quantitativo di foraggio che quel pover'uomo neppure aveva. Intervenni nella discussione come fossi un paciere, fingendo di prendere le parti dei due cosacchi e perciò raccogliendo la loro simpatia, poi, con la scusa di andar a trovare in giro il fieno, strizzato l'occhio al sindaco, uscii sempre sorridendo ed a lento passo dopo di che appena fui fuori girai l'angolo, infilai un sentiero e di gran corsa mi portai lontano.
I cosacchi stavano intanto saccheggiando la mia casa: mia moglie, cuore indomito, saputo ciò che stava avvenendo tornò indietro per affrontarli e difendere le nostre cose e rientrò in casa tenendo in braccio Auro il nostro ultimo figlio allora di 5 anni ed affrontò i cosacchi.
Venne spintonata al muro con brutalità, le puntarono le armi al petto che essa offrì con estremo coraggio guardandoli fieramente negli occhi e dicendo: "Sparatemi pure."
Il bambino si avvinghiò al petto della madre piangendo ed essa rifiutò di dire altro.
Nel frattempo mio figlio maggiore Vero, garibaldino di appena 16 anni che nonostante la giovane età aveva già partecipato in quell'estate a diversi combattimenti, avvertito da qualcuno corse troppo generosamente ed imprudentemente verso casa.
Vide dall'esterno, dalla carreggiabile, la devastazione che ivi avveniva e non potè trattenersi dal piangere.
I cosacchi che sostavano lì vicino viste le sue lacrime intuirono come stavano le cose, lo acciuffarono, lo malmenarono duramente e lo presero prigioniero.
La confusione nella casa saccheggiata era grandissima e fu così che mia moglie con il bambino non so come potè ad un certo punto eclissarsi raggiungendo l'abitazione di amici dove lasciò il figlio rifugiandosi in altre abitazioni ed essa vagò a lungo di casa in casa sino a che, aiutata da un'altra famiglia e travestitasi alla meglio, con un secchio in mano potè definitivamente eclissarsi ancor più lontano.
I cosacchi intanto, sempre alla ricerca di fieno, dopo avere depredato quanto c'era nell'abitazione stavano prelevando dal mio fienile il foraggio caricandolo sulle loro carrette.
Attiguo vi era un secondo stavolo con fieno, non di mia proprietà ed i cosacchi forzata la porta iniziarono ad asportare il fieno anche da questo.
Intervenne allora il proprietario di questo stavolo, Giacomo Casali, per protestare ed i cosacchi per tutta risposta lo freddarono con una scarica di mitra.
I cosacchi che stavano prelevando il fieno dal mio stavolo ad un certo punto scorsero seminascosto sulla catasta il comp. Gracco che era in divisa con pistola e sten e dettero l'allarme. In un baleno molti di essi, usciti di casa, occuparono l'altura soprastante ed accerchiarono totalmente l'edificio e lo stavolo, molti altri fecero irruzione nello stavolo stesso con i parabellum spianati.
Fu sentito un grido... «Assassini» poi una lunga scarica e Gracco restò ucciso.
L'altro garibaldino, Dimitri, movendosi rivelò anch'egli la sua presenza; un'altra scarica di mitra ed anch'egli rotolò esanime sul pavimento. Gracco era morto ma Dimitri non lo era ancora ed i cosacchi allora lo trascinarono in cortile per i piedi caricandolo su una loro carretta.
Il terzo partigiano, Vero Clauter, invece non visto, in un momento di disattenzione dei cosacchi scese dal fienile con una scala a pioli uscendo da una finestra a mezzodì e tentò di fuggire per guadagnare l'altro versante della valle, al di là del greto del fiume: fu peraltro subito visto, gli sparono contro numerose scariche e restò anch'egli ucciso rotolando inanime tra i sassi del fiume.
Contro il mio fabbricato e la mia abitazione venne diretta una infinità di colpi di tutte le armi e tante bombe a mano, poi gli edifici col fienile vennero incendiati, i piani crollarono e le fiamme li distrussero rapidamente con tutto il loro contenuto.


Mentre avvenivano questi fatti mi trovavo nel centro del paese, udii i tanti spari ed esplosioni, vidi il fumo dell'incendio della mia casa ma finsi indifferenza e proseguii sorridendo ma con la morte nel cuore, incamminandomi verso Pesariis per la strada innevata.
La gente era terrorizzata e rintanata nelle case o fuggita sui monti. A metà percorso incontrai una pattuglia di cosacchi a cavallo che scendeva lentamente per non far scivolare i ferri dei cavalli sul ghiaccio. Mi avrebbero sicuramente fermato ed allora io li precedetti salutandoli da lontano amichevolmente con la mano e facendo loro segno di procedere più adagio additando gli zoccoli dei loro cavalli: i tre ricambiarono il saluto, sorrisero, fecero cenno che avevano compreso e proseguirono il loro cammino. Incontrai più in su un compaesano anziano con il volto insanguinato, bastonato duramente poco prima dai cosacchi. Infine bussai alla porta di casa di miei parenti che mi accolsero amorevolmente e qui potei sostare qualche ora. Dopo un po' mi trasferii nella casa di mio suocero ove fui accolto dai parenti in lacrime.
Fatta una breve sosta ed avuto notizia che la colonna dei cosacchi si era alla fine allontanata dal paese, discesi verso la mia casa non resistendo più al desiderio di sapere cosa ne era stato delle nostre povere cose.
Trovai l'edificio interamente bruciato e tutto distrutto: alcuni amici stavano cercando di salvare tra le macerie qualche cosa ma nulla c'era più ormai da poter recuperare tra le ceneri e le cose informi bruciate.
Nel piano terra, l'unico rimasto in piedi, ardevano i tizzoni delle travi del tetto e dei due piani superiori crollati.
Era mezzanotte.
Sul posto trovai anche mio padre disceso dal Casone di Selva e fui informato che alla sera era sopraggiunta una seconda colonna cosacca a cavallo con qualche carretta, che non aveva lasciato il paese sino a che i fabbricati non erano andati interamente distrutti.
I cosacchi poi se ne erano andati dopo aver asportato tutto quanto avevano trovato di asportabile in casa mia, compresi gli animali, persino le arnie delle api.
I tre prigionieri da essi catturati, mio figlio Vero ed i compagni U. Pezzetta e G. Solari furono da loro avviati sotto forte scorta verso Tolmezzo.
Durante il viaggio la scorta si arrestò per un attimo nella frazione di Avausa. Il Solari approfittando della sosta e pensando di non essere visto tolse di tasca un pezzetto di carta scritto a matita con la preghiera di avvertire i suoi familiari e lo gettò verso la cunetta della strada nella speranza che qualcuno lo raccogliesse ma fu visto e duramente picchiato.
Mio figlio Vero doveva sorreggere come poteva il Pezzetta, che aveva avuto il torace trapassato da una pallottola.
I prigionieri condotti prima a Comeglians poi a Paluzza, furono infine tradotti nelle Carceri di Udine e dopo qualche tempo furono deportati in Germania nel lager di sterminio di Flossenburg.
Mio figlio e Solari ivi trovarono morte gloriosa inceneriti nei forni crematori. L'unico che si salvò e tornò a casa dopo la Liberazione fu il Pezzetta che potè darci notizie precise di quanto era tragicamente accaduto.

Sulla tragica fine del commissario Gracco (Pietro Roiatti) sono state dette dopo la Liberazione troppe cose inesatte, cosicché intendo ristabilire la verità, una volta per tutte.
Gracco era sempre stato un intransigente uomo di partito oltre che militare, certamente odiatissimo dai clericali, da qualche nascosto simpatizzante fascista rimasto in zona e da molti industriali e perciò non può escludersi che qualcuno abbia approfittato del momento per far eliminare un antagonista politico troppo duro.
Inoltre Gracco, partendo da Mione diretto verso Pieria, commettendo l'imprudenza di mettersi in cammino in divisa da garibaldino come l'altro compagno, aveva sì attraversato impervie zone boscose ma esse erano quasi allo scoperto per l'abbondante neve caduta e non è escluso che i loro vistosi fazzoletti fossi possano essere stati individuati e seguiti da lontano da chi poi avvertì le truppe nemiche.
Solo una di queste ipotesi può infatti giustificare la prontezza della manovra della colonna cosacca rapidamente accorsa, che puntò decisa solo verso la mia abitazione circondandola con così cospicue .forze e con un'azione così ben congegnata.
Sicuramente gli avversari e le spie esistevano ed operavano approfittando di quei terribili momenti e la loro tempestiva segnalazione colpì a segno.
Per quanto riguarda le modalità della morte di Gracco, dopo la guerra i soliti diffamatori antipartigiani dissero e scrissero che si era trattato di suicidio ma posso qui ristabilire la verità quale testimone in prima persona.
Quando raccogliemmo quel che restava del corpo di Gracco, infatti, ci accorgemmo con stupore che portava ancora a tracolla lo Sten e la pistola Beretta chiusa nella fondina. Ci fu possibile inoltre constatare che Gracco era stato ucciso da una precisa raffica nemica in più parti del corpo e che non aveva avuto il tempo di imbracciare le armi.
Raccogliemmo mezzi fusi quanto rimaneva del suo Sten e della pistola Beretta e li esaminammo constatando che in entrambe le armi i caricatori erano innestati, tutte le cartucce erano esplose per il calore dell'incendio ma tutti i bossoli ed i proiettili si trovavano ancora dentro i caricatori stessi. In più entrambe le armi avevano ancora il congegno di sicurezza inserito e non erano state poste in posizione di sparo.
Da tutto ciò arguimmo che Gracco prima di essere avvistato ed immediatamente freddato da una raffica cosacca probabilmente era rimasto nascosto senza sparare per primo perché convinto che l'alto strato di fieno sotto il quale si era nascosto lo avrebbe fatto passare inosservato, mai più pensando che i cosacchi avrebbero asportato proprio quel fieno spinti dalla solita loro bramosia di predazione.
Nessun'altra spiegazione poteva infatti esserci per il fatto che le sue armi non erano pronte allo sparo conoscendo l'alto valore combattivo del compagno caduto, che era sempre stato il primo ed il più deciso nell'attaccare il nemico.
Detta misera fine del compagno Gracco venne poi confermata anche dal comp. Dimitri al suo rientro dalla prigionia. Ma di tale conferma non ne ebbi bisogno in quanto avevo già l'assoluta certezza che i fatti si erano svolti nel modo sopra indicato in forza delle inconfutabili risultanze date dall'esame delle armi del compagno caduto.

Qualche giorno dopo riportai la mia famiglia a Pieria: avevo perso tutti i miei beni nell'incendio, nulla ci era restato ma trovai un vicino di casa di gran cuore che mi soccorse concretamente e mi concesse l'uso di tre stanzette al primo piano della sua casa ove con qualche cosa che mi regalarono o prestarono parenti ed amici potei sistemare i miei cari in qualche modo.
I cosacchi intanto avevano stabilito in paese un loro presidio fisso insediandosi nelle case della gente del luogo che aveva dovuto sgomberarle parzialmente ed in alcuni casi totalmente.
Nella stessa casa ove avevo trovato generosa ospitalità per la mia famiglia, al piano terra si installarono anche due cosacchi da lì sloggiando una donna che si adattò ad un giaciglio di fortuna e che da allora fu obbligata in tale forzata convivenza a servirli e persino a predisporre i loro pasti.
Venni a trovarmi perciò in una pericolosa strana situazione, ma constatai che vedendomi con attrezzi di lavoro in mano come fossi un qualsiasi paesano del luogo i cosacchi non mi avevano riconosciuto né avevano fatto caso al mio tranquillo andare nel borgo.
Per qualche tempo perciò si instaurò anche per me e famiglia una forzata convivenza con questi pericolosi vicini, ma ciò ci procurava continue ansie.
Intanto avevo cambiato nuovamente nome e documenti.
Un giorno i cosacchi rientrarono trionfanti da un'azione, non so da dove, portando una pecora sgozzata ed evidentemente razziata, intimandoci di cuocerla nel suo grasso secondo le loro usanze.
Le nostre donne di casa, pur ignorando tali metodi selvaggi, provvidero in qualche modo all'incombenza, altrimenti sarebbero state botte e violenze ed a sera poi anche tutti noi fummo invitati a partecipare al banchetto.
Non potendo rifiutare ci mettemmo a tavola ostentando massima calma ma masticando amaro, fingendo di mangiare quella sozzura, rimasta tutta nei nostri piatti o sotto il tavolo.
Nel corso del pasto e dopo di esso i due cosacchi riscaldati da qualche bicchiere di vino egualmente razziato chissà dove si lasciarono andare a qualche discorso con noi nel loro italiano stentato e più volte esclamarono «Fabian grande capo comunista partisan, se noi trovarlo caput subito
A ciò io facevo grandi gesti di assenso raddoppiando le risate.
Mia moglie era invece di pietra.
Protetto dalla solidarietà e dal silenzio dei compaesani nonché dalla mia nuova identità, di giorno talvolta mi arrischiavo a girare in paese e sovente mi recavo anche in Municipio per continuare i contatti a nome del C.L.N. mascherando le mie attività con un fantomatico incarico comunale di sovraintendere alla raccolta obbligatoria del fieno imposta dai cosacchi per loro uso.
Così li incontravo spesso ma ero così ben mascherato che essi mi sorridevano e mi chiamavano addirittura "Birghenmaister".
In altre occasioni ebbi a sentir nominare più volte dai cosacchi il mio nome senza poter capire i loro discorsi ma la mia freddezza e finta indifferenza mi protessero sempre.
Ripresero le riunioni e le attività di noi resistenti e sarà interessante leggere il Verbale di una quelle riunioni per comprendere la situazione del momento.


COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE di Prato Carnico - Verbale di seduta del 5 gennaio 1945

La riunione avviene nella sala consiliare del Municipio alle ore 10. Sono presenti: il Sindaco Mecchia Domenico; la Giunta Popolare al completo; il Presidente del C.L.N. Fabian Aldo ed il Segretario B. Ciullini.
Presiede la riunione il Sindaco il quale si intrattiene sottolineando la gravità della situazione alimentare, comprese le medicine, nel comune e la mancanza di pane e di qualsiasi genere alimentare: le famiglie sono ridotte spesso a sfamarsi solo con poche patate. Spiega che per rappresaglia e ragioni militari la Carnia ospita forzatamente nelle sue case circa trentamila cosacchi i quali in gran parte si sono insediati nelle famiglie, facendo da padroni e consumando le poche risorse alimentari esistenti, mettendo mano al bestiame. Le strade bloccate ovunque; il coprifuoco in vigore dalle cinque di sera alle otto del mattino...
La situazione così drammatica deve aver fine al più presto!
Il membro della giunta popolare il cristiano sociale Roi Leonardo fa presente che una personalità militare e politica della quale non può fare il nome gli ha assicurato e promesso che a Prato Carnico, come già avrebbe fatto a Paularo e Timau, costituendo regolarmente un Corpo di Volontari Armati, scegliendo tutti gli uomini validi dai 18 ai 45 anni, sotto il controllo delle autorità tedesche, la fornitura di generi alimentari verrebbe subito ripristinata attraverso il normale tesseramento: la vallata potrebbe tornare così tranquilla.
La discussione si fa subito generale ed animatissima. Il Sindaco e Cleva Giovanni Vora si dichiarano d'accordo con la proposta di Roia.
Interviene nella discussione il rappresentante del C.L.N. Aldo Fabian il quale dichiara quanto segue chiedendo trascrizione fedele a verbale: "
Sono pochi giorni che la mia casa è stata bruciata e completamente distrutta; mio figlio Vero è stato deportato, il tutto ad opera dei fascisti e dei tedeschi accompagnati dall'orda dei cosacchi ai quali sono state prpmesse le nostre terre. Mi rendo conto che l'ora che stiamo attraversando è molto grave ma dichiaro che con i tedeschi ed i nostri nemici non si può trattare o scendere al benché minimo compromesso. Sarbbe una ignominia ed una viltà imperdonabili per questo Comune che è sempre stato all'avanguardia delle lotte contro il fascismo.
Piuttosto che lasciare ai nostri figli il ricordo di un'onta così vergognosa preferirei morire cento volte assieme a tutta la mia famiglia."
A seguito di queste dichiarazioni alcuni intervengono esprimendo estrema perplessità.
«Tuttavia la maggioranza dà incarico al Sindaco ed al Vora di informarsi meglio circa la proposta tedesca. La seduta viene tolta

Occorre anche dire a parziale giustificazione dei pavidi, che mentre avveniva la nostra discussione a porte chiuse nella piazza antistante al Municipio giravano gruppi minacciosi di cosacchi armati.
Uscito dalla mortificante assemblea con l'animo esasperato mentre mi recavo verso casa venni inaspettatamente fermato da due ufficiali cosacchi che mi chiesero a bruciapelo se conoscessi «Aldo Fabian». Non persi la calma e guardandoli negli occhi con prontezza risposi sorridendo di no perché ero del paese superiore; mi chiesero ancora se ero un «partisan» ed io risposi di no perché ero un anziano, cosicché ci salutammo ed io rientrai in casa anche se abbastanza impressionato, peraltro senza dire alcunché ai miei familiari per non spaventarli maggiormente.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno sentii del rumore nel cortile della casa contigua alla mia.
Affacciatomi scorsi un forte gruppo di cosacchi con le armi spianate che entravano e uscivano da quella casa con due donne ed un ragazzo del paese di nome Benito.
Udii i cosacchi gridare davanti a quella casa «Qui abitare Aldo Fabian» e le voci delle donne e del ragazzo che invece mi conoscevano benissimo e sapevano dove stavo, rispondere unicamente «No, qui abita Aldo Casali» com'era del resto vero.
La disputa in quel cortile continuò per un poco dopo di che i cosacchi se ne andarono.
Dirò anche che l'intera popolazione del paese in quei duri momenti fu molto generosa e solidale con me e la mia famiglia in quanto vi fu piena omertà a mio favore e da più parti mi giungevano da donatori, molte volte volutamente anonimi, coperte, vestiario e generi alimentari con i quali poter sostentare i miei figli rimasti nudi di tutto e letteralmente alla fame.
Ma purtroppo esisteva tra la generale solidarietà, come talvolta può accadere, anche chi avrebbe voluto farci del male: quell'elemento fu identificato senza incertezze, una donna che aveva dato ai cosacchi precise indicazioni per catturarmi, la quale venne poco tempo dopo catturata da nostri garibaldini scesi dal monte, venne processata, confessò e pagò il fio del suo tradimento.
Fu perciò solo per la grande prontezza di spirito, l'omertà ed il coraggio di quel ragazzo, Benito, e per il silenzio delle due donne che erano con lui, che mi salvai ancora una volta, senza neppure conseguenze per i predetti in quanto i cosacchi, entrando per errore nel contiguo cortile e non nel mio, avevano poi saputo dalla loro informatrice che effettivamente in esso abitava Aldo Casali.
Quest'ultimo episodio mi fece decidere di non rischiare ulteriormente e ad andarmene dal paese. Scavalcai così varie soffitte e fienili occultandomi: di notte rientrai furtivamente nella mia provvisoria abitazione, preparai il sacco da montagna con quanto avrebbe potuto servirmi, compreso il cannocchiale, infilai alla cintola la mia fida pistola Beretta, abbracciai i miei cari infondendo loro coraggio e poi mi dileguai nelle tenebre attraversando il fiume e risalendo sul versante opposto.
Seppi poi da mia moglie che il giorno dopo i cosacchi avevano fatto irruzione nella nostra nuova vera dimora credendo di sorprendermi, avevano rovistato ovunque e se ne erano poi andati minacciando e spaventando i bambini senza poter asportare alcunchè in quanto in quella casa desolata e priva di tutto nulla più assolutamente esisteva da asportare.
Raggiunsi camminando di buona lena con i ramponi sulla neve la località Sette Staipe e discesi poi verso Ovasta di Ovaro che sapevo essere priva di presidio nemico.
Approssimandomi al paese dal bosco, in quella rigida notte di tanta neve, cominciarono ad abbaiare numerosi cani che allora quasi tutte le famiglie tenevano e man mano che mi avvicinavo i latrati aumentavano di intensità diffondendosi nella valle. La notte era fonda e senza luna ma finalmente arrivai con cautela nei pressi dell'abitazione di buoni amici, controllai che tutto fosse tranquillo, dopo di che bussai e fui accolto fraternamente, ebbi qualcosa per ristorarmi e riprendere le forze ed in più finalmente ricetto e riposo.
A quella cara famiglia di veri amici presso la quale ottenni generosa ospitalità in momenti veramente terribili e con loro grave rischio personale se fossero stati scoperti, va la mia perenne riconoscenza: quella nobile famiglia è esempio e simbolo di quello che fu il costante generoso appoggio dato dalla generalità del popolo italiano a coloro che militavano nella resistenza, aiuto prezioso ed assolutamente disinteressato che fu anch'esso una diretta coraggiosa militanza contro il nazifascismo oppressore.
Restai ivi occultato per qualche tempo muovendomi solo di notte per le giornaliere necessità di continuazione della lotta e solo mia moglie e pochissimi altri fidati compagni conoscevano il mio nuovo nascondiglio mentre dovunque in giro correva la notizia che io fossi scappato nella pianura friulana o fossi morto.
Un giorno nel mio rifugio ascoltando la radio sentii una parte del famoso discorso fiume di Hitler dal Reichstag col quale quel folle, sentendo approssimarsi non solo la fine della guerra ma anche la sua, chiedeva perdono a dio per l'ultima settimandel conflitto annunziando l'entrata in azione di nuove terribili armi segrete naziste di sterminio delle genti.
La situazione appariva ancora terribile per tutti ed in quei tragici momenti veramente ci sorreggevano solo la grande fede nell'idea, solo la certezza nella vittoria finale sulla barbarie, solo la convinzione di sempre che la libertà avrebbe trionafto portandoci ad un mondo migliore.


Ferruccio Roiatti Spartaco

Pietro Roiatti aveva un fratello, Ferruccio, anche lui garibaldino, nome di battaglia Spartaco.

Si era aggregato ad una formazione di varia composizione operante nel vicentino e fu ucciso, insieme ad altri militanti comunisti, da elementi cattolico-badogliani, presso la malga Silvagno.

Un episodio gravissimo, che però - a differenza di ciò che accadde a Porzûs - non viene mai ricordato, tant'è che sul luogo della strage non vi è alcun segno commemorativo.

Nelle schede dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, sicuramente per una (deplorevole) svista, Ferruccio Roiatti risulta "caduto in azione di guerra", a differenza di De Gregori, "ucciso da ff. partigiane"...

Così riassume la vicenda l'ANPI di Vicenza:

Il gruppo di Fontanelle di Conco si era costituito con l’apporto di partigiani locali, dei paesi vicini, di Vicenza e di provati elementi inviati dalla delegazione “Garibaldi” di Padova, sostenuto dagli antifascisti del luogo, di Nove, di Marostica e dagli ambienti di sinistra di Vicenza, Asiago, Bassano e Schio. Ebbe come basi la Malga Cogolin, poi la Malga Silvagno e infine la Casara di Montagna Nuova di Dietro.

Per gravi dissensi interni, accresciuti e rinfocolati da elementi esterni, il gruppo conobbe vicende drammatiche. Il 30 dicembre 1943 quattro uomini di fede comunista, Giuseppe Crestani (cl. 1907), Ferruccio Roiatti (cl. 1908), Tomaso Pontarollo (cl. 1905) e “Zorzi-Pirro-Maschio”, veneziano non identificato, furono soppressi da altri partigiani del gruppo. I dissensi vertevano su alcune azioni militari, sulla concezione della lotta partigiana e su questioni di ordine culturale, ideale e morale. Lo stesso gruppo, che usci da questa vicenda fortemente indebolito, dovette poi subire il rastrellamento dell’11 gennaio 1944, che portò alla cattura e alla fucilazione, a Marostica tre giorni dopo, di altri quattro partigiani.

 

Ugo De Grandis

Perchè Porzus sì e Malga Silvagno no?

 

“Per Porzus hanno fatto un processo fiume; di questo fatto, non meno grave, la giustizia non si è mai occupata, nemmeno per dare un esempio, per dimostrare che la strada della lotta armata è irta di difficoltà, può subire torbidi rigurgiti che non erano certo previsti dai programmi e dagli ideali di coloro che la intrapresero.
Mi si dirà: e tu perché non hai parlato? Sì, ho parlato prima e dopo la liberazione, in alto loco. Mi hanno solo risposto: scrivi. Ho scritto. La prima e lunga relazione l’ho stesa subito dopo i fatti, con Aramin. Morì sepolta”.

Così Amerigo Clocchiatti “Carlo” si espresse sulla mancata inchiesta giudiziaria per i fatti di Malga Silvagno. Per Giuseppe Crestani “Bepi”, Ferruccio Roiatti “Spartaco”, Tomaso Pontarollo “Masetti” e “Zorzi” (partigiano veneziano non identificato) non c’è stata giustizia. Ugo De Grandis, nel libro che ha dedicato a questa vicenda “maledetta” e ignorata per anni, ha descritto così le vere motivazioni di questo voluto oblio:

Non ci vuol molto ad individuare i motivi che bloccarono la prosecuzione dell’inchiesta nella nuova linea politica inaugurata da Togliatti già al suo rientro in Italia, nel marzo 1944, dopo un esilio durato quasi vent’anni. Con il cambio di prospettiva politica, passato alla storia come “svolta di Salerno”, il leader comunista decretò la necessità dell’unificazione delle forze antifasciste per superare il drammatico frangente della guerra civile, abbandonando la pregiudiziale antimonarchica per poter entrare nel governo Badoglio. Con questa concessione il PCI riuscì a scavalcare i repubblicani,  che sulla questione monarchia/repubblica non erano, al contrario, inclini ad alcun compromesso.

(foto da “Malga Silvagno - Il giorno nero della Resistenza vicentina” di Ugo De Grandis)


La “svolta” segnò il passaggio dalla fase rivoluzionaria a quella legalitaria del PCI che aspirava, grazie al suo contributo fondamentale all’abbattimento del fascismo, a diventare un partito di governo. Prevalse, quindi, la volontà di fornire un’immagine compatta della Resistenza, esente da contrasti e divisioni interne, un movimento corale dal quale sarebbero usciti i quadri dirigenti della nuova società italiana che stava sorgendo dalle ceneri del fascismo. La volontà di non rimanere esclusi dalla vita politica nazionale giunse ad imporre scelte non condivisibili dalla maggioranza dei militanti, se non impopolari, quali la mano tesa ai “fascisti rossi”, ai “compagni in camicia nera”, in altre parole ai reduci che avevano abbracciato la RSI attirati dal suo programma di riforme sociali: un serbatoio di voti che anche gli altri partiti tentarono di accaparrarsi.
Poco più di un anno dopo la Liberazione, il 22 giugno 1946, mentre in tutta Europa le Corti d’Assise condannavano a pene severe, molto spesso capitali, gli accusati di collaborazionismo con i nazisti e pareggiavano in un bagno di sangue i conti col passato, l’allora Ministro di Grazia e Giustizia Togliatti emanò il provvedimento di amnistia che, aprendo le porte delle celle a migliaia di esponenti del passato regime in nome della pacificazione nazionale, contribuì di fatto a restaurare la magistratura e i corpi di polizia dell’ancien regime.
Il risultato tangibile fu l’avvio di un’offensiva antipartigiana che condusse in carcere migliaia di ex combattenti della libertà, mentre altri cercarono rifugio alla persecuzione e alla negazione di un meritato posto di lavoro in una lunga e travagliata emigrazione in paesi lontani.

(La volontà di gettare alle ortiche anche gli ultimi ardori rivoluzionari motivò, infine, il voto favorevole dei comunisti all’Articolo 7 della Costituzione, che ribadiva l’indipendenza tra Stato e Chiesa già sancita dai fascistissimi Patti Lateranensi del febbraio 1929. Una decisione che spiazzò gli stessi democristiani. La parola d’ordine allora era: pacificazione, non solo tra fascisti ed antifascisti, ma anche e soprattutto tra le diverse forze politiche che avevano partecipato alla sconfitta del fascismo. Il dissidio durato in Italia ben 23 anni, gli ultimi due dei quali di vera e propria guerra civile, doveva essere quanto prima accantonato per ricostruire insieme la martoriata nazione. Sarebbe stato mai possibile, in un clima politico siffatto, portare in un’aula di tribunale un fatto di sangue tra partigiani?
Questo non fu, tuttavia, l’unico motivo del silenzio: da parte dei comunisti si registrò un invalicabile imbarazzo nel trattare un episodio che aveva rivelato profonde crepe nell’organizzazione del primo periodo di lotta partigiana. L’eccidio di Malga Silvagno era la cartina al tornasole di una concezione ingenua della guerriglia, rivelava l’impreparazione e la superficialità di chi aveva abbandonato a se stessi quattro militanti comunisti in mezzo ad un gruppo di una ventina di resistenti apolitici, manovrati da elementi di dubbia fede antifascista e con i quali si erano manifestate sin dall’inizio profonde incomprensioni che avrebbero dovuto far prevedere, prima o poi, il tragico epilogo.


qui un video sulla vicenda: https://www.youtube.com/watch?v=aUd__EkUbk0&t=284s

e un altro molto (forse troppo) dettagliato https://www.youtube.com/watch?v=pL2y1AH28RU


Marco Puppini

Malga Silvagno – Il giorno nero della Resistenza vicentina. Il libro di Ugo De Grandis

Giuseppe Crestani, nato a Duisburg nel 1907 da genitori italiani e residente fin da giovane in provincia di Vicenza, nel 1936 era emigrato in Francia e da qui aveva raggiunto la Spagna per combattere il fascismo durante la guerra civile. Inquadrato nella Brigata Garibaldi, aveva ottenuto il grado di tenente dopo aver frequentato la scuola ufficiali di Pozo Rubio. Ferito sul fronte dell’Ebro, in seguito internato nei campi francesi e confinato a Ventotene; nell’autunno del 1943 era stato tra i primi organizzatori della Resistenza sulle montagne vicentine. Ma era stato ucciso il 30 dicembre 1943, assieme ad altri tre compagni, alla Malga Silvagno, in comune di Fontanelle di Conco, sull’Altopiano di Asiago.
Una storia purtroppo comune ad altri reduci della guerra civile in quegli anni, sfuggiti alla morte in Spagna per trovarla poi in Italia combattendo nelle formazioni partigiane. Ma in questo caso vi è un elemento in più che rende questa vicenda tragica ed assurda: Crestani assieme a tre compagni è stato ucciso per motivi ideologici dai componenti di una banda partigiana cattolica assieme ai quali egli cercava di organizzare una lotta comune contro nazismo e fascismo. Le “colpe” dei quattro erano di aver imposto un’accelerazione sul piano militare, con azioni che rendevano difficili gli ambigui contatti tra forze partigiane moderate ed ambienti fascisti che miravano ad una transizione indolore, ed una disciplina che tenesse conto delle basilari necessità della guerriglia. In più, erano comunisti. Particolare inquietante, ad alcuni di essi era stato chiesto se fossero o meno cattolici; al loro diniego era partito il colpo mortale.
Il gruppo partigiano dopo il fatto si era ricostituito, ma era stato sorpreso meno di tre settimane dopo dai tedeschi ed alcuni dei responsabili di quelle morti erano stati fucilati. In loro memoria annualmente le associazioni partigiane tengono una cerimonia, ma nessuno ricorda i “rossi” ammazzati dal loro gruppo in precedenza. Giova pertanto qui ricordare i nomi di questi dimenticati: assieme a Crestani erano stati uccisi il friulano Ferruccio Roiatti, già condannato nel 1934 a otto anni di carcere dal Tribunale Speciale per attività comunista. Inoltre Tomaso Pontarollo, lavoratore veneto emigrante che aveva trascorso diversi anni in Algeria prima di venire arrestato in Istria nel 1936 per lo stesso motivo di Roiatti e di passare quasi sette anni tra confino e campo di internamento, ed infine un certo “Zorzi” o “Maschio”, la cui identità è destinata a rimanere ignota.
I particolari di queste morti sono stati a lungo e con grande tenacia nascosti dagli ambienti anticomunisti e cattolici della provincia di Vicenza, dominata per molti anni politicamente dalla Democrazia Cristiana.
La storia diffusa dai canali ufficiali non era quella reale, e sui quattro “rossi” uccisi era calata una spessa coltre di silenzio, una sorta di damnatio memoriae.
Ora invece questa storia non ufficiale è stata documentata, con grande abbondanza di particolari, da Ugo De Grandis, in questo libro, arricchito anche da molte immagini dell’epoca che ritraggono sia i protagonisti che alcune delle vicende raccontate.
Scrivendo, De Grandis ha tenuto presenti le tante strumentalizzazioni mediatiche contro la Resistenza garibaldina e comunista realizzate ponendo a pretesto i fatti di Porzûs (o meglio delle malghe Topli Uork, dove un battaglione di gappisti friulani aveva arrestato e poi ucciso in momenti diversi nel febbraio 1945 i componenti di un comando della Brigata Osoppo).
Non a caso, i fatti descritti in questo libro sono talvolta definiti una “Porzûs alla rovescia”. Certo, le differenze tra i due episodi non mancano, la definizione non è forse esatta, ma ha il merito di riaprire un dibattito che tanta storiografia nata con la guerra fredda ed ormai dilagata, dopo la sua fine, sui media e sulla stampa, considera chiuso con la definitiva condanna della Resistenza comunista. In realtà i conflitti interni alla Resistenza ci furono, i componenti delle brigate autonome, cattoliche, badogliane, a volte furono vittime ma altre volte furono carnefici, l’unità delle varie formazioni sul piano militare e degli obiettivi politici antifascisti fu spesso un obiettivo da raggiungere più che una realtà. E perciò va dato merito a quanti si spesero allora, anche tenendo presente la “lezione della Spagna”, in favore di tale unità.
De Grandis afferma che la decisione di eliminare i quattro comunisti, due dei quali ritenuti “foresti”, stranieri, perché non erano originari della zona, era stata presa in alcuni ambienti politici di Vicenza e poi trasmessi al gruppo cattolico di Fontanelle di Conco. Certo, rimane poco chiaro il ruolo giocato da alcuni personaggi ambigui, che frequentavano le bande partigiane cattoliche e badogliane ma anche ambienti fascisti della provincia, nello spingere i giovani cattolici a procedere alle quattro sbrigative eliminazioni.
L’autore ricostruisce anche con attenzione le varie inchieste promosse dal PCI, a partire dai primi mesi del 1944, per far luce sull’accaduto. All’epoca il responsabile del'organizzazione militare in una zona molto ampia e tradizionalmente cattolica era il friulano Amerigo Clocchiatti, che si trovava di fronte a livello politico e militare un compito difficilissimo. La documentazione raccolta da Clocchiatti però era stata persa durante un bombardamento. L’inchiesta era proseguita nel dopoguerra, aveva raccolto numerose informazioni ed individuato alcune responsabilità, ma poi tutto era finito con un nulla di fatto. Nel dopoguerra la gran parte dei protagonisti di quelle uccisioni era morta, il personaggio che manteneva rapporti con ambienti fascisti ma anche con i partigiani cattolici, che alcuni consideravano un provocatore fascista nelle file partigiane, godeva fama di essere stato un valoroso partigiano e sarà decorato con due medaglie di guerra.
Alcuni reduci delle formazioni cattoliche, tra cui un futuro giornalista di un certo prestigio, interrogati avevano ripetuto le accuse di furti e violenze a carico dei quattro garibaldini che a suo tempo avevano formulato i fascisti. Il membro del Comitato Militare Provinciale reo di aver probabilmente trasmesso in montagna l’ordine di eliminazione dei quattro si proclama con molta energia estraneo a quei fatti Se non si voleva colpire i responsabili, perché i vari funzionari di partito non denunciarono almeno con forza quegli avvenimenti, come avrebbero potuto comunque fare, sebbene avessero raccolto informazioni sufficienti per capire bene quanto era accaduto? De Grandis individua il motivo del silenzio su queste morti, e su altre che hanno coinvolto partigiani comunisti, nella linea dell’unità antifascista voluta da Togliatti, che aveva portato a propagandare un’immagine della Resistenza come movimento in cui le divisioni interne erano state armoniosamente composte (pp. 396 - 397). Un’immagine, aggiungo io, che non deve impedire a noi di cercare una verità anche che può risultate scomoda.