Nilla Martinis

Irvin Di Centa Pizzi

Video “Partigiani e Resistenza in Friuli 4 di 6” da 00:11- Trascrizione di Nilla Martinis, 2001


Irvin Di Centa (1924 – 2012) nasce ad Ampezzo da una famiglia di boscaioli venuti da Pontebba. La famiglia è numerosa, composta da cinque fratelli e due sorelle, oltre ai genitori, e si deve iniziare presto a lavorare nei boschi, appena finite le elementari. Poi viene il periodo della Resistenza, narrato in questa intervista, durante il quale Irvin matura convinzioni comuniste a cui terrà fede per tutta la vita. Nel dopoguerra Irvin e il fratello maggiore Eugenio, reso invalido dalla campagna di Russia per congelamento, emigrano in Francia, perché in Carnia all'epoca trovano lavoro facilmente solo quelli che “sono di chiesa”. All'età della pensione torna a vivere ad Ampezzo, dove rimarrà fino alla morte.



Nilla: -Come ha vissuto l'8 settembre?

Irvin: -L'8 settembre ero già in montagna. Ero scappato perché io non ho fatto il soldato, e quando mi hanno chiamato sono partito per la montagna. E' arrivato l'8 settembre e tanti sono arrivati a casa, tanti miei compagni sono andati in Germania e sono morti, due miei cugini anche, sono morti. Della mia età. E così abbiamo incominciato a ribellarci ai tedeschi.

 

Nilla: -E dove vi siete rifugiati?

Irvin: -Avevo un casolare. Lavorando nel bosco avevo già un casolare, su verso il monte Pura. E lì abbiamo aspettato un po', poi è venuta la calma e hanno cominciato ad arrivare i tedeschi. I tedeschi cercavano tutta la gioventù, si doveva andare con loro, mille promesse e “Venite con noi, vedrete, starete bene...” Tanti sono andati, perché repubblicani ce n'era tanti. Prima di tutto c'era la fame, poco da mangiare, e tanti di loro sono andati coi tedeschi, mentre io sono sempre stato in montagna, fino a dicembre del '43.

Nilla: -Come mai Lei ha scelto la montagna, invece di seguire le promesse che venivano fatte dai tedeschi?

Irvin: -Ho scelto le montagne perché non credevo che i tedeschi dicessero delle cose... E ho preferito la montagna, perché prima di tutto amavo la montagna, amavo la solitudine, e sono rimasto in montagna fino al 9 di dicembre. Il mese di dicembre scendo ad Ampezzo, erano le sei, sette di sera e al monumento di Ampezzo ero già circondato da venti, trenta carabinieri, o tedeschi, che mi hanno preso, mi hanno portato nelle prigioni di Tolmezzo e lì dentro sono stato 4 mesi: gennaio, febbraio, marzo, aprile e a maggio ci hanno liberati. C'era un combattimento e ci hanno liberati. Sono scappato e sono tornato in montagna.

Nilla: -Siete stati liberati dai partigiani?

Irvin: -Dai partigiani, sì. Ma prima mi hanno mandato anche a Udine. Udine, lì peggio con peggio. Mangiare niente: una volta al giorno un pezzo di pane. E poi lì, siccome ero un giovane, non solo io, mi hanno messo in una cella per piccoli. Ci trattavano meglio degli altri, ma quando veniva ucciso un tedesco, entravano i tedeschi e dicevano solo: ein, zwei, drei, giù nel cortile e li fucilavano. E tanti compagni sono rimasti così. Poi sono scappato e andato in montagna. In montagna ero nella “Val But”, io. Val del Ferro, Canal del Ferro, e lì combattimenti quasi ogni giorno.
Finché, nel mese di ottobre, i tedeschi sono arrivati, non so quanti tedeschi, e noi abbiamo fatto la ritirata e siamo ritornati sulla montagna. Era il mese di ottobre. Ottobre, novembre, su in montagna. La Carnia era invasa da 30.000 tedeschi. Ce n'erano a casa mia, ce n'erano dappertutto. Tedeschi, cosacchi, di tutte le qualità. Il comando era “lì di Paìna” (nell'osteria di fronte a casa sua, ndr). E tanti di loro, perché da mangiare in montagna... non c'era più niente da mangiare, sono rientrati nelle case, e lavoravano coi tedeschi, mentre io: sempre stato in montagna, da una montagna all'altra. Il giorno dell'Epifania, il 6 di gennaio 1945, la spia “giusta” -posso dire anche il nome, ma non lo dico- siamo stati circondati, (noi) partigiani, sopra Lateis. Nel mio stavolo eravamo in quattro: Ciro, non so se c'era anche tuo papà, no, era da un'altra parte lui. Siamo stati circondati e ci hanno presi tutti quanti. Ci hanno portati ad Ampezzo, in prigione, e mia sorella Teresa è venuta a chiedere al comando se poteva portarmi da mangiare. Le hanno detto di sì. Quando sono arrivato in questa casa, i tedeschi erano qui vicino e io ho saltato la finestra, sono andato giù nella Busa, passato sotto un tombino, e sono scappato. Gli altri tre li hanno ammazzati tutti. Erano altri miei compagni. Uno era di Verzegnis, uno di Tolmezzo e uno di Lateis. E poi, partito in montagna, ma ero solo, non avevo nessuno. Sono andato da questa parte, verso Pani e altre parti. Abbiamo incontrato un po' di russi scappati dal campo di concentramento e ci siamo riuniti con loro. Eravamo io, Gjulio Mat -De Monte Giulio- (Zan-zan, ndr), con me e così abbiamo formato un piccolo battaglione, che si chiamava “Battaglione Stalin”. Ci siamo messi d'accordo con i capi di stato maggiore, con Barbatoni, Ciro e ce n'erano tanti, così abbiamo formato piccoli gruppi: il Battaglione Stalin, formati da me! E da questo De Monte Giulio che è morto (all'epoca dell'intervista, ndr). Era tutta gente che scappava dai campi di concentramento. Quelli che arrivavano si andava a cercarli a Paularo o a Tarvisio e avevamo fatto circa un cento del Battaglione Stalin.

Nilla: -Avevate formato tipo un centro di soccorso e di accoglienza?

Irvin: -Sì. La sede era sul Mauria, sui monti della Mauria. E per mangiare si andava a Lorenzago, nel Cadore, a cercare da mangiare... a rubare, insomma! Si andava nelle cooperative, io parlavo bene in italiano, chiedevo, facevo le ricevute, infatti sono stati poi pagati tutti. E abbiamo trascorso l'inverno. Allora si andava da una parte e dall'altra. Non si dormiva mai nello stesso posto. Sotto gli alberi. E sotto gli abeti neve ce n'era tanta, e quelle malghe, Varmost... Per cercar da mangiare, siamo partiti un giorno per Sappada. Eravamo: Alex, Silo, che era commissario di battaglione, Silo, Bacca, Battista, Tinca... in sei, sette siamo andati a Sappada, per arrestare un comando tedesco, un grande capitano tedesco. Non abbiamo risolto il problema e siamo tornati indietro. Tornando indietro per le montagne, era il 1° aprile 1945, la vigilia di Pasqua, e ci siamo fermati al rifugio De Gasperi, che io non conoscevo. Era la prima volta che andavo. Lì abbiamo trovato una donna e un uomo. Ci sono i nomi qui (nel libro). Erano lì perché erano partigiani anche loro. Ci hanno detto: “Sì, sì, riposate qui” e ci hanno dato un po' da mangiare. Il rifugio si trova a Pradibosco, circa tre quarti d'ora sulla montagna. Era un bel rifugio, ma dopo lo hanno bruciato. Si chiamavano Walter e Norma ed erano di Pesariis. L'indomani mattina, tutto un momento sentiamo la mitraglia, pum-pu-pum. Ci risvegliamo e avevano già ammazzato la donna e l'uomo. Erano usciti a cercare la legna per fare da mangiare e li hanno ammazzati. Allora ci siamo svegliati e ci siamo messi sulle finestre. Eravamo in sette, noi. E allora hanno incominciato a parlare tra di loro, i russi. Io capivo bene il russo: “Perché dobbiamo combattere tra di noi? Siamo tutti fratelli.” E allora in quel momento lì ho avuto tanta paura. Adesso si arrendono e mi ammazzano. E invece loro hanno risposto: “Siete tutti traditori!” e abbiamo cominciato a sparare. Sparando poco, perché avevamo poca cartuccia. E avevano ammazzato: uno... uno non lo hanno ritrovato ancora, eh. Perché c'ho ancora libri, io! Uno non lo hanno trovato ancora. Non sanno dov'è. E la sera hanno cominciato a sparare da basso coi mortai. Ma i mortai non arrivavano e dopo hanno cessato il fuoco. Era il 2 aprile 1945 e nevicava. E cosa dobbiamo fare per scappare, mi dicevano. Allora Alex mi chiama: “Tovarisc', vieni qui. Tu salti quella finestra là. Noi cominciamo a sparare dalla finestra.” Perché il rifugio De Gasperi si trova proprio di fronte alle creste, una roba incredibile, e ancora nevicava, era buio, alla sera. E ha chiamato Mischka “Idi syuda! Vieni qui! Ti metti sulla finestra a sparare e intanto noi scappiamo dall'altra parte. Il povero ragazzo, sedici anni aveva, sulla finestra ha cominciato a urlare, a sparare e noi siamo scappati e ci siamo nascosti dietro un cretaccio (roccia). Nell'indomani hanno bruciato il rifugio e noi siamo scappati in cinque e gli altri due, cinque in tutto, sono morti. E siamo ritornati sul Mauria. Sul Mauria abbiamo raccontato le cose, io con loro. Loro non parlavano italiano, poco, c'era uno che parlava poco poco, io il russo lo potevo parlare tutto, e allora... Nell'indomani, era il 2 aprile, Barbatoni mi ha detto: “Vedi che ci sono a Tolvis, sopra Socchieve, altri partigiani” Altri che venivano dal Friuli, o non so da dove venivano “Vai a cercarli.” Parto da Forni di Sopra, la Mauria, lungo il Tagliamento, vado a prenderli e là era comandante Grifo, che lo hanno ammazzato i cosacchi in quel momento (Grifo è stato ammazzato il 1° marzo...). Prendo questi sedici, diciassette, erano tutti anziani, avevano tutti più di 35, 40 anni, malandati, rotti. Dove li dobbiamo portare? Andiamo su e abbiamo formato il battaglione Stalin. Io comandavo, ma avevano il loro comandante, che si chiamava Alex, e Silo era il suo commissario. E di lì, era il 25 aprile, abbiamo cominciato a sbarrare le strade con gli alberi, sulla Mauria e il 4 maggio, mi sembra, era cominciata la ritirata. Il prete di Forni di Sopra, io, Alex, silo e un altro ragazzo siamo andati per fermare i tedeschi e loro avevano alzato le mani. Ce n'erano... Uno ha cominciato a sparare ed è morto un ragazzo di sedici anni, un mio collega. E abbiamo cominciato a sparare anche noi e sono ritornati indietro. E poi, partendo da Forni di Sopra con questi cosacchi, questi russi con me, io avanti, e sempre cantando sono arrivato qui ad Ampezzo, io ero avanti, capelli lunghi fino qui, e loro dicevano, la gente: “L'é Irvin chél.” “Ma no, ca Irvin l'é muàrt!” Perché sapevano che mi avevano preso, ma poi non sapevano... “Ma no, che è morto, Irvin!” E tutti i cento russi sono entrati in casa perché, mi hanno detto: “Voglio vedere tua mamma e tuo papà.” Tutti i cento sono entrati in casa a baciare mio padre e mia madre. E tovarisc' e dobro, dobro tovarisc'... E poi, alla fine, li abbiamo portati a Udine. Volevano portarmi con loro, quando sono partiti, in Russia, ma i comandanti russi hanno detto: “Niente da fare.” Questo è un episodio col battaglione Stalin, perché prima ero con un altro battaglione. Prima ero con Barbatoni e Ciro.

Nilla: -C'erano anche reparti della Natisone?

Irvin: -No, non ce n'erano. Ero dalle parti del Canal del Ferro e della Val But.

Nilla: -E subito dopo la Liberazione, com'è stato?

Irvin: -Abbiamo depositato le armi a Tolmezzo. C'erano tanti partigiani... Io ho continuato la mia attività, lavorando nel bosco.

Nilla: -E l'atteggiamento della popolazione, com'era?

Irvin: -Mia mamma era di chiesa, l'hai conosciuta. Diceva: “I ai pierdùt Irvin: l'é comunist.” Perché, dar da intendere a mia mamma... Le dicevo: “Cosa ti hanno fatto i comunisti, mamma? Anzi, gli altri ti fanno lavorare, non vedi?” Perché mia mamma andava a lavorare per un pezzettino di formaggio, e io mi ricordo, dicevano: “No, non pagare, vieni a falciare.” E la facevano lavorare per una settimana.

 

Nilla: -Però loro erano così abituati che non si rendevano conto che fosse ingiusto...

Irvin: -“No, no...” dicevano "È brava gente.” E allora con i miei genitori, cosa dovevo fare? Io ero ancora un ragazzo...

Nilla: -Volevamo sapere qualcosa anche sul ruolo che hanno avuto le donne, durante la Resistenza, che è stato un poco sottovalutato.

Irvin: -Poi, a raccontare tutto, io sono stato fermato a tanti posti di blocco, per esempio. A Tolmezzo ho fatto saltare posti di blocco, grazie alle donne che, col gerlo, si mandavano a fare la spesa e mettevo dentro la gelatina e lo portavano nel posto di blocco, saltava il posto di blocco... Tre posti di blocco ho disarmato a Tolmezzo, io! A raccontare tutto... E poi, quando è morto Aulo Magrin, lassù, a Paluzza? Eravamo circondati da non so quanta gente, sono scappato per miracolo, anche quella volta.

E vorrei dire a questi ragazzi, a questi giovanotti qui, perché aspettano gli ultimi momenti, ormai ce n'è pochi che possono raccontare. Oppure ce ne sono di quelli che raccontano senza aver fatto niente, perché ne conosco anche di quella gente lì, io. Ero io che ho fatto saltare a Villa Santina le corriere, io! Io e Tredici. E un giorno avevamo una riunione, non so quanti partigiani, e raccontavano quella, allora io ho detto: “No! Tu non c'eri, io sì ero presente.” Gli hanno levato gli occhi ai miei colleghi, bruciati sulla corriera, e io sono andato giù, fatto scappare i tedeschi, che ero colla mitragliatrice per andare in un paese e hanno lasciato tutto lì: corriere e camion che avevano preso ad Ampezzo, a Villa, a Preone. E lui raccontava questo!

Nilla: -Cosa ne pensa della situazione attuale, rispetto alle speranze che avevate?

Irvin: -Io penso di aver fatto il mio dovere, sempre con la testa alta. Anche quando vado in Friuli, mia moglie lo può dire, e sparlano dei partigiani, “Alt” dico “cosa avete da dire sui partigiani?” Adesso si sono anche calmati, ma: “Ma, qui hanno fatto quello, qui hanno fatto quello...” E gli altri cos'hanno fatto? Era una cosa terribile, appena finita la guerra. Malvisti, malvisti! Compagni miei, stati a scuola insieme, neanche parlare delle donne, niente... Ma io sempre duro. “Stà cidìn, tu ch'i tu eris partigjan!” Siamo stati riconosciuti troppo tardi nell'esercito regolare, ma prima... E dicevano: “Eh, ma i savin che tu, Irvin, tu tu as fat dal bél, ma an d'era di chei...” Eh be'? Ce n'è di ogni qualità in questo mondo.

Nilla: -Però volevo chiederle, rispetto agli ideali e alle speranze che vi hanno portati a combattere, a fare questa vita durissima, cosa ne pensate della situazione attuale in Italia e nel mondo.

Irvin: -In Italia... Là dove abitiamo c'è rispetto per i partigiani! In Francia si è rispettati. Difatti, quando mi sono fatto francese, mi hanno chiesto subito dove ho fatto il militare. Hanno visto i documenti e non mi hanno chiesto altro, quindi... Qui sono rimasto male anche quest'anno. Il 25 aprile, che dappertutto, in ogni piccolo paese, fanno le cerimonie, le corone di alloro ai partigiani, là ti rispettano, qui invece non hanno fatto niente. Ma perché? Ma perché il 25 aprile, ad Ampezzo niente? Quello mi ha tanto dispiaciuto.

Nilla: -Allora le sembra che il mondo non sia cambiato di tanto, rispetto a prima?

Irvin: -Qui no. Dovrebbero rispettare i morti, almeno. Claudio (Fachin), mio amico, morto vicino a me. Non solo lui, tanti, morti vicino, attaccati a me. Io sì gli ho insegnato, ai miei figli, quello che ho fatto. Lo sanno a memoria, loro. Papà ha fatto saltare il ponte della Carnia, io l'ho fatto saltare. Non solo io, ma ero io con quattro partigiani. E tutti i tralicci alta tensione della Pontebbana? Anche lì, la notte. I ponti, Campiolo, fino a Pontebba, la Val d'Aupa. Quelle strade le conosco...

Nilla: -Momenti di sconforto, in un periodo così difficile?

Irvin: -Momenti di sconforto... La fame tanta, eh. Il freddo, tanto. Tanta fame, tanto freddo, perché... si andava a rubare. Non rubare proprio per ammazzare, ma in ogni modo bisogna dire la verità “Non ho niente, non ho niente”, ma un po' di farina... mentre nella cooperativa di Lorenzago, che c'era di tutto, abbiamo preso formaggio, gli ho fatto un buono. Sono stati pagati, così mi hanno detto.

Nilla: -Ma avevano un atteggiamento diverso le persone su a Lorenzago, rispetto a quelle di questa zona?

Irvin: -Paura, avevano paura. Non saprei, perché con me erano i cosacchi (i russi del Btg. Stalin), loro parlavano russo e “Abbiamo paura, abbiamo paura”. Non c'è da aver paura di quella gente, con quelle barbe, tutti sporchi, è inutile raccontare: dormire sempre nei boschi... Allora io dicevo: “State calmi” e loro prendevano su il formaggio, lo mettevano nei sacchi e partivano. Quando c'è fame, c'è poco da fare.
Avevamo sul terreno tanta gente che ci portava da mangiare, di Forni di Sopra, anche.

Nilla: -E queste in genere erano donne, vero?

Irvin: -Sì, erano donne, le han tutte ammazzate, però. Eh, le spie, niente da fare... E ancora noi, un giorno eravamo qui in un bosco, ad esempio, un altro giorno si andava a sei, sette chilometri a dormire. Mai nello stesso posto. E su nelle malghe. Poi ce n'era con noi che sono scappati. Venuti qui ad Ampezzo, uno che si chiamava Nikolai, era con noi e lui faceva la spia. E venivano a cercarci. Racconta anche in quel libro lì. Un giorno vengo ad Ampezzo, mia sorella mi portò da mangiare, era marzo, aprile, con questi due o tre cosacchi (i russi del Btg. Stalin) si andava e... Vado per la strada di Sauris e in Nier c'era Manàscia. “Sono passati i tedeschi di qui?” “No, no Irvin, puoi andare tranquillo.” Allora mi avvio per la strada. Quando arrivo in Pala Pelosa, vedo dal ponte venir giù due carrette di cosacchi! Dio bon... Eravamo in quattro di noi. E allora queste carrette venivano giù e c'era una fontana lì, ti ricordi che c'era? E siamo andati su nel bosco per lasciarli passare. Ma quando ho visto Nikolai, che era con noi, allora siamo andati sulla strada e gli abbiamo fatto alzare le mani. Avevano quattro cosacchi con loro, due carrette, due cavalli, avevano formaggio, patate che avevano prelevato in Sauris. Li abbiamo fatti tornare indietro a Sauris. Volevamo dare tutto alla gente, ma tutti avevano paura e niente da fare. Allora i cavalli li abbiamo buttati giù per il torrente di Pezzocucco, verso Casera Razzo. Abbiamo preso quello che ci occorreva da mangiare e siamo andati su, verso il Cadore. E gli altri, come raccontano nel libro, li hanno ammazzati. Coi sassi, perché le pallottole erano scarse. Mi hanno detto: “Tu, quando prendi i tuoi fai cosa vuoi, ma queste sono le spie nostre.” Un lu an butàt su pal mùr a cjalcina, chel Nikolai, la spia. Quello, in particolare, dev'esserci qui, nel libro. In ogni modo, è verità. Questo è successo a me.

Nilla: -E oggi?

Irvin: -E oggi... cosa devo dirti? Credo che mi rispettino. Sanno che ero partigiano...

Nilla: -Ma come vede la situazione attuale?

Irvin: -Comincia forse a cambiare qualche cosa. Dovrebbero scrivere i giovani, adesso, che raccontino, non solo...

Nilla: -È quello che stiamo cercando di fare...

Irvin: -...come ha vissuto per quasi due anni la gioventù, la mia gioventù che è stata spezzata. E mai arreso. “Primavera di sangue per chi rimane bandito”, e quando venivano a casa mia, perché io, quando sono scappato, ho cartoline dei prigionieri, allora: ho scritto a mia mamma “Mi hanno preso”, sai, per mostrare, perché venivano sempre qui per sabotaggio. “Vostro bambino: piccolo ragazzo, ma grande bandito!” dicevano a mia madre.

Denis: -Chiedigli se ha un nome di battaglia

Irvin: -Il mio nome di battaglia è Pizzi. Prima ero comandante di compagnia della Garibaldi, e dopo nell'inverno nero e crudo, comandante del battaglione Stalin, con capitano Alex, che era proprio di Stalingrado, e Silo era di Vorosilovgrad, che era commissario di battaglione.

Nilla: -Mai stato ferito?

Irvin: -No. Ma compagni vicino a me, morti. Evaristo di Oltris, cjavàt i voi... I tedeschi. Due di Forni, con le corriere, come ti ho detto, li hanno bruciati vivi. Morti... neanche raccontare. E le violenze nelle carceri. Ragazzi tedeschi come me, SS di sedici anni, quando mi hanno preso, uno di loro mi ha dato un colpo col calcio del fucile, che mi duole ancora la schiena.

Nilla: -Eppure non vi siete lasciati trascinare dallo spirito della vendetta...

Irvin: -Eh no, no. Bisogna nascere per fare quelle cose lì. Sì, quando si è lì, o tu o lui, quando si combatteva. Poi, anche io, c'erano dei miei compagni che dicevano “Vado io”, ma non volevo, perché bisogna avere anche un po' di testa, di intelligenza nel combattere.

Da qui in poi, Denis ha continuato a registrare di nascosto (anche da me). Parliamo quindi in ampezzano, non più in italiano. Cantiamo “Katiuscia”, come Irvin mi aveva chiesto di fare, prima delle riprese. Poi si parla della Russia, anche con Caterina, la moglie di Irvin, ma le voci si accavallano. Trascrivo solo le frasi che mi sembrano più interessanti.


Irvin: -Mio fratello Gjegje (Eugenio) lo hanno salvato i russi, durante la ritirata. Aveva cercato di arrampicarsi su un camion e i tedeschi, invece di aiutarlo, gli hanno pestato le mani coi fucili, così lui è caduto, con i piedi già congelati, e quando sono passati i russi, lo hanno raccolto e salvato. Non i soldati russi, eh, ma la gente.

Caterina: -Io ricordo in Francia, dove sono cresciuta, che mi chiamavano “Macaronì”, e quando gli italiani si sono messi con i tedeschi per fare la guerra, siamo stati bombardati e...

Irvin: -Sua madre l'hanno ammazzata gli italiani, eh. Lei era vicina a sua madre, morta, sopra di lei.

Caterina: -E quella è la guerra...

6:21

Irvin: -Siccome ero comunista, non hanno neanche voluto battezzare mio figlio! Se fossi stato coi preti non avrei dovuto prendere la valigia ed emigrare. Mi avrebbero trovato un posto alla SADE e mi sarei sistemato, come tutti quelli che stavano dalla loro parte.